ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, CONCORSO DI PERSONE NEL REATO CONTINUATO, CAPO E PROMOTORE, INTESTAZIONE DI BENI, PROVA LOGICA.

sentenze2

“Non costituisce elemento sufficiente a provare l’esistenza di una struttura organizzativa di uomini e di mezzi, funzionale al perseguimento del programma criminoso e necessaria, insieme con l’accordo associativo, ad individuare il delitto di associazione a delinquere ed a distinguerlo dal concorso di persone nel reato continuato, la sola intestazione formale in capo ad alcuni degli imputati di un numero imprecisato di autovetture, utilizzate poi da terzi per commettere rapine.

Ciò in quanto, in assenza di ulteriori elementi  da cui desumere l’esistenza di una frequentazione stabile tra i presunti sodali, la sola intestazione delle automobili, lungi dal dimostrare la qualifica di capo promotore ovvero organizzatore di un sodalizio criminale, depone in senso contrario, essendo regola logica quella di utilizzare, nell’ambito di una associazione a delinquere, mezzi e beni non direttamente ricollegabili agli appartenenti al sodalizio, specie ove si tratti di capi promotori.”

Fattispecie nella quale gli imputati, accusati di rivestire il ruolo di promotori ed organizzatori di un’associazione a delinquere finalizzata al compimento di rapine perché intestatari delle automobili utilizzate per i singoli reati, venivano mandati assolti per assenza di elementi che dimostrassero il vincolo associativo, nonostante le singole rapine fossero poste in essere con le stesse modalità.

(Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, II Sezione Penale- Sent. 4172/2016 del 24.6.2016)

A cura di Gaetano Golino.

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Sulla configurabilità dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa tra dolo specifico e colpa cosciente- appunti.

L’aggravante dell’art. 7 legge 203/91 per il reato di cui all’art. 12 quinquiess legge 356/92 sotto il profilo dell’elemento soggettivo tra i due diversi orientamenti della “colpa cosciente” (Cass. II Sez. Pen. n. 3428 del 20.12.2012) e del “dolo specifico(Cass. Penale sez. 5 del 12/11/2013 n. 1706) ai fini della resposabilità del terzo intestatario.

La questione in esame vede indagato un imprenditore il quale, secondo la tesi accusatoria, avrebbe trasferito fittiziamente quote delle sue società a dei prestanome (cd. teste di legno) al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali poiché ritenuto legato ad un clan di matrice camorristica.

Particolare interesse desta la tesi dell’accusa (confermata in primo grado) secondo la quale sotto il profilo soggettivo, al fine della configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 7 in capo al prestanome, non è necessario il dolo specifico, bensì la colpa cosciente. (Tesi accusatoria confermata dal Gip nell’ordinanza di custodia cautelare nonché dal Giudice di prime cure nella sentenza di condanna).

Circa la configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 7 della legge 203/91- contestata sotto il profilo dell’agevolazione, la suprema Corte ha più volte stabilito il principio secondo il quale sussiste la circostanza aggravante della cd. “agevolazione mafiosa” in relazione alla condotta di colui che, pur senza essere organicamente inserito in un’associazione mafiosa, offra un contributo al perseguimento dei suoi fini, ma solo a condizione che tale comportamento risulti assistito dalla consapevolezza di favorire l’intero sodalizio, e non un singolo componente del quale si ignorino le connessioni con la criminalità organizzata.

In altri termini la Corte afferma che se l’indagato pone in essere una condotta illecita per favorire un soggetto, ignorando le connessioni di costui con la malavita organizzata, resta fermo il carattere illecito, ma non si può dire sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 7 della legge 203/91.

E’ quindi necessaria, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza non solo del legame che unisce il soggetto al gruppo, bensì anche e soprattutto del beneficio che dalla condotta illlecita deriva all’associazione di stampo mafioso o camorristico.

Tuttavia, tale ragionamento non sarebbe condiviso dal Gip del Tribunale di Napoli nell’O.C.C. così come poi confermato nella sentenza del Giudice di Prime Cure) secondo il quale invece, in considerazione dei principi espressi dalla Suprema Corte sul tema dell’aggravante di cui all’art. 7 legge 203/91 nella sua duplice forma del metodo e della finalità agevolatrice. La Suprema Corte in fatti, ha ribadito, con diverse pronunce, che l’aggravante in esame ha natura oggettiva e, pertanto, deve alla stessa applicarsi la regola prevista dal comma 2 dell’art. 59 c.p. e non quella dell’art. 118 cp. nel caso di concorso di persone nel reato.

Orbene, secondo tale assunto, ne consegue che l’aggravante si comunica al correo “se dallo stesso conosciuta o ignorate per colpa o ritenuta inesistente per errore determinato da colpa” (secondo la regola stabilita dalla norma richiamata). Dunque, laddove nei confronti di uno dei concorrenti nel reato (nel caso di specie dell’imprenditore X) sia configurabile l’aggravante della finalità agevolatrice sotto il profilo del dolo, nei confronti degli altri non è richiesto il medesimo elemento soggettivo del dolo, essendo sufficiente anche la colpa, ovvero la imprudenza o negligenza (Cass. II Sez. Pen. n. 3428 del 20.12.2012 in virtù della quale la circostanza dell’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/91 trova applicazione anche nei confronti dei concorrenti i quali versino in una situazione di ignoranza colpevole”). Nel caso di specie infatti, il Giudicante non ha tenuto conto delle argomentazioni della difesa la quale aveva ribadito la non configurabilità dell’aggravante per l’intestatario fittizio, estraneo all’associazione mafiosa, nei cui confronti mancava la prova di una cosciente e univoca finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale al quale era legato l’imprenditore occulto.

Di converso, tale orientamento, non appare condivisibile in virtù del costante orientamento Giurisprudenziale secondo il quale invece “la circostanza aggravante prevista dall’art. 7 d.l. 13/5/1991 n. 152, conv. In L. 12/7/1991 n. 203, richiede, se riferita a condotte agevolatrici dell’associazione mafiosa, il dolo specifico di favorire l’associazione come obiettivo diretto della condotta, non rilevando, invece, possibili vantaggi indiretti per il sodalizio (fattispecie in cui la Corte ha escluso che la circostanza aggravante in questione potesse essere ravvisata con riferimento a fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione aventi ad oggetto beni di una società amministrata da un esponente di una consorteria di tipo mafioso, in assenza di prova che la società fallita fosse appartenente al sodalizio o che la condotta fosse diretta a favorire l’associazione)”(Cass. Penale sez. 5 del 12/11/2013 n. 1706).

Nel caso di specie troverebbe piena attuazione tale orientamento, laddove il riconoscimento dell’aggravante prevista dall’art. 7 L. 203/91, riguarda non solo l’ambito oggettivo della strumentale finalizzazione dell’effetto agevolatore, ma anche la dimensione soggettiva, richiedendo il dolo specifico di agevolare l’associazione mafiosa in modo che la condotta sia diretta a ledere l’ulteriore interesse protetto dell’aggravante (così, Cass. Sez 6, n. 11008 del 7/2/2001, Rv 21 8783). Difatti, siffatto orientamento della volontà postula che, quello di favorire l’associazione debba essere l’obiettivo “diretto” della condotta, non rilevando al riguardo possibili vantaggi indiretti.

Appunti dell’avv. Giuseppe Mastroianni

BANCAROTTA FRAUDOLENTA PATRIMONIALE – UTILIZZO BENI STRUMENTALI DA PARTE DI SOCIETA’ GEMELLA – ASSENZA ATTO DI CESSIONE – CONFIGURABILITA’ CONDOTTA DISTRATTIVA PENALMENTE RILEVANTE –

A cura dell’avv. Edoardo Razzino.

 “Configura il reato di bancarotta per distrazione anche il mero utilizzo da parte di una società gemella dei beni strumentali di proprietà della fallita in assenza di un atto di cessione formale e della congrua corresponsione di un prezzo”.

( Tribunale di S. Maria CV – II sez. coll. A -, sentenza n. 2707/16 emessa in data 21/04/2016.).

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In termini generali, com’è noto, il bene tutelato nel delitto di bancarotta fraudolenta c.d. Patrimoniale è rappresentato dal dovere di gestire, correttamente, l’impresa e di non disperderne il patrimonio che costituisce la garanzia dei creditori, nel senso che la funzione di garanzia ex art. 2740 c.c. rappresenta la chiave interpretativa dell’oggetto materiale del delitto de quo, assunto in un’accezione molto ampia, in cui rientrano tutti i beni sui quali l’imprenditore abbia diritti reali di qualsiasi tipo, dei diritti sui beni immateriali e dei crediti di qualsiasi specie, cioè, qualsiasi diritto capace di produrre utilità e suscettibile di valutazione economica con la sola esclusione delle mere aspettative di fatto.

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TRUFFA AGGRAVATA – ARTIFICI E RAGGIRI – CALUNNIA INDIRETTA- ELEMENTO SOGGETTIVO – CONTINUAZIONE DI REATI

Nota dell’avv. Raffaele Carfora alla interessante sentenza assolutoria del Giudice monocratico Dr. Antonio Riccio del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere in tema di truffa contrattuale, calunnia e crisi di liquidità dell’imprenditore.

TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE

Articolazione territoriale di Caserta

-Dr. Riccio-

Il semplice pagamento di merci effettuato mediante assegni privi di copertura e postdatati non è sufficiente a costituire, di regola, raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo e a indurre alla conclusione del contratto, ma concorre a realizzare la materialità del delitto di truffa allorquando sia accompagnato da un quid pluris, da un malizioso comportamento dell’agente, da fatti e circostanze idonei a determinare nella vittima un ragionevole affidamento sull’apparente onestà delle intenzioni del soggetto attivo e sul pagamento degli assegni.

L’aver il soggetto attivo denunciato lo smarrimento del titolo diversi giorni dopo la data utile per la sua negoziazione in banca e tale da rendere vano l’effetto cui è preordinata la tempestiva denuncia finalizzata ad evitarne il pagamento, e l’aver il soggetto passivo reso in dibattimento una ricostruzione non coerente e veridica circa le modalità della asserita dazione dello stesso, rendono non provata la configurabilità della calunnia cd. indiretta sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato.

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REATO DI DISCARICA ABUSIVA – DEPOSITO E/O ABBANDONO DI RIFIUTI – QUANTITATIVO DEI RIFIUTI IN RAPPORTO ALL’AREA COMPLESSIVA – SVOLGIMENTO REGOLARE DI ALTRE ATTIVITA’ AZIENDALI ALL’INTERNO DEL SITO – ASSENZA DI QUALSIASI FORMA DI ORGANIZZAZIONE DI MEZZI E PERSONE ALLA GESTIONE ILLECITA DI RIFIUTI

(Giudice Monocratico presso il Tribunale di S. Maria C.V. – art. territoriale di Caserta, Dott. Antonio Riccio – proc. pen. nr. 4437/09/21 – sentenza depositata in data 06 giugno 2016).

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Ai fini della sussistenza del reato di discarica abusiva occorre dar rilievo al quantitativo dei rifiuti in rapporto all’area complessivamente considerata e verificare se lo stesso, in proporzione all’intera area, sia di limitata entità o meno.

In caso affermativo, ed in assenza di qualsiasi forma di organizzazione di mezzi e persone alla gestione illecita dei rifiuti, sussiste l’ipotesi meno grave del reato di deposito e/o abbandono incontrollato di rifiuti essendo la condotta dell’agente una conseguenza dell’attività illecita di gestione dei rifiuti e non finalizzata alla creazione di una vera e propria discarica abusiva.

Fattispecie nella quale un imprenditore, cui tra l’altro veniva contestato il delitto di discarica abusiva, attraverso rilievi planimetrici, fotografie e dichiarazioni testimoniali ha dimostrato che i rifiuti insistevano in maniera ben visibile e senza alcuna attività di “tombamento” e/o occultamento su una porzione di circa 3000 mq rispetto ai 130.000 mq dell’intera area di cantiere (superficie nella quale peraltro venivano svolte regolarmente altre attività industriali e in cui mancava qualsiasi forma di organizzazione di mezzi e persone alla gestione illecita dei rifiuti).

A cura di Dario Pepe

CALUNNIA – FALSA DENUNCIA SMARRIMENTO ASSEGNI – RITIRO DENUNCIA – PAGAMENTO DELL’IMPORTO AL PRENDITORE – BUONA FEDE

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(Giudice Monocratico presso il Tribunale di S. Maria C.V. – art. territoriale di Caserta, Dott. Antonio Riccio  – proc. pen. nr 19483/11/21 -sentenza depositata in data 06 giugno 2016).

Può escludersi il dolo del delitto di calunnia nell’ipotesi in cui l’agente, denunciando lo smarrimento di nr. 5 assegni posti all’incasso dalla persona offesa, provveda poi a ritirare la denuncia di smarrimento ed a saldare l’importo dovuto al prenditore potendo ritenersi, anche in considerazione dell’attività lavorativa svolta dall’imputato, che la denuncia sia stata frutto di una mera dimenticanza o di poca dimestichezza nel “contabilizzare” i titoli.

Fattispecie nella quale un’impiegata della polizia municipale, nel rilasciare alcuni assegni in pagamento per “conto” del figlio, dapprima ne denunciava lo smarrimento per poi, non appena avvedutasi dell’errore, a distanza di 17 giorni ritirare la denuncia e saldare il prenditore degli assegni per l’intero importo.

A cura di Dario Pepe

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RESPONSABILITÀ CIVILE – AZIONI E SANZIONI CIVILI NEL PROCESSO PENALE – CITAZIONE DEL RESPONSABILE CIVILE – AMMINISTRAZIONE PUBBLICA- DIPENDENTI DELLA P.A. – OMESSO CONTROLLO E NON ADEGUATA VIGILANZA

sentenze2

(G.U.P. presso il Tribunale di S. Maria C.V. Dott.ssa Federica Villano – – proc. pen. nr. 18819/10/21 – decreto di citazione del responsabile civile del 26/05/2016).

In un processo di omicidio volontario, in cui sono imputati cinque soggetti (all’epoca dei fatti internati presso un ospedale psichiatrico giudiziario) accusati di aver cagionato la morte di un compagno di cella in conseguenza di una violenta e prolungata aggressione fisica, deve ritenersi legittima la chiamata in causa, quale responsabile civile, del Ministero della Giustizia.

Ed invero, può ravvisarsi la sussistenza di un nesso di causalità tra il comportamento del funzionario/dipendente (omesso controllo o, comunque, non “adeguata” vigilanza da parte degli agenti di polizia penitenziaria addetti alla sorveglianza sulla “gestione” degli internati) e l’evento dannoso (decesso della persona offesa); l’evento morte, infatti, può essere ricollegato ad una attività posta in essere per fini istituzionali dell’ente, rendendo, dunque, possibile il riconoscimento di una responsabilità della Pubblica Amministrazione per il danno prodotto dalla condotta dei dipendenti.

Più precisamente, la condotta  degli agenti di polizia penitenziaria, sui quali grava anche l’obbligo di garantire il diritto di ogni detenuto all’integrità fisica, può assurgere a concausa dell’evento dannoso in quanto soltanto la carenza ovvero la superficiale esecuzione dei doverosi controlli sugli internati ha reso possibile la fatale aggressione nei confronti della persona offesa.

 

A cura di Dario Pepe

MISURE DI PREVENZIONE PERSONALI- COMPETENZA A PROPORRE L’APPLICAZIONE- INDIVIDUAZIONE DEL TRIBUNALE COMPETENTE- NOZIONE DI DIMORA- LUOGO DI MANIFESTAZIONE DELLA PERICOLOSITA’- INCOMPETENZA PER TERRITORIO- PROPOSTA DI APPLICAZIONE DA PARTE DI ORGANO TERRITORIALMENTE INCOMPETENTE- INAMMISSIBILITA’ DELLA PROPOSTA.

sentenze2“La competenza per territorio a decidere in materia di applicazione di misure di prevenzione spetta al tribunale del capoluogo della provincia nella quale il proposto ha la sua dimora, la quale, anche se non coincidente con la residenza anagrafica, va individuata nel luogo in cui il proposto ha tenuto comportamenti sintomatici idonei a lasciar desumere la sua pericolosità. Nell’ipotesi di una pluralità di condotte poste in essere in luoghi diversi, la competenza si determina  invece in base al luogo in cui si sono verificate quelle di maggiore spessore e rilevanza, da individuarsi avuto riguardo al disvalore del fatto ed alle pene comminate in sentenza. Pertanto, la proposta di applicazione della misura da parte di un organo territorialmente incompetente, sia esso il Questore o il Procuratore della Repubblica, comporta l’inammissibilità della proposta stessa, senza possibilità di disporre la trasmissione al Tribunale competente, rilevato che la natura funzionale della incompetenza territoriale del tribunale deve essere mutuata dalla uguale natura – funzionale inderogabile- in riferimento all’organo proponente, con l’ulteriore conseguenza che l’inammissibilità della proposta per carenza di legittimazione è rilevabile in ogni stato e grado del procedimento”.

                                                                                           

Tribunale di S. Maria Capua Vetere, Sezione Misure di Prevenzione, Decreto n. 75/16 del 4.04.16

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(Fattispecie in cui il Tribunale di S. Maria C. V., Sezione Misure di Prevenzione, ha dichiarato l’inammissibilità della proposta di applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno formulata dal Questore di Caserta, atteso che le condotte dotate di maggiore spessore e rilevanza, in quanto sanzionate con pene più rigorose, erano state poste in essere nella provincia di Modena, in ossequio al principio di diritto in forza del quale ai fini della determinazione del contenuto concettuale della nozione di dimora occorre avere riguardo ai presupposti ed agli scopi del DLGS 159/2011, che sono correlati alla pericolosità sociale del soggetto, e quindi al luogo in cui il proposto ha tenuto i comportamenti prevalentemente sintomatici della propria pericolosità.)

A cura dell’avv. Stefano Alessandrelli

INDUZIONE INDEBITA A DARE O PROMETTERE ALTRA UTILITA’ – CAMPAGNA DI STAMPA OSTILE – RESPONSABILITA DEL GIORNALISTA – CONSEQUENZIALITA’ TRA ARTICOLI CRITICI E VANTAGGI INDEBITI – NESSO DI STRUMENTALITA’ TRA LA PUBBLICAZIONE DEGLI ARTICOLI ED I FAVORITISMI – CONSAPEVOLEZZA DEL GIORNALISTA DELLA STRATEGIA DEI CONCORRENTI NEL REATO.

(G.U.P. presso il Tribunale di S. Maria C.V. Dott.ssa Nicoletta Campanaro – proc. pen. nr. 9794/14/21 -sentenza emessa a seguito del giudizio abbreviato a carico di G.P.).

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La mancanza di consapevolezza in capo al giornalista di una consequenzialità, anche indiretta, tra la campagna di stampa ostile posta in essere su sollecitazione di terzi soggetti (coimputati di induzione indebita per aver tentato di ottenere dal soggetto passivo del reato  favoritismi) ovvero dell’esistenza di un nesso di strumentalità tra la pubblicazione degli articoli critici e le illegittime utilità per terzi soggetti, esclude la sussumibilità della condotta nella fattispecie di cui all’art. 56- 319 quater c.p. per insussistenza dell’elemento soggettivo.

Fattispecie nella quale il giornalista, attraverso la pubblicazione di articoli critici e demolitivi la figura del soggetto passivo del delitto, era ritenuto concorrente nel reato, quale esecutore materiale, di una complessa ed aggressiva strategia comunicativa finalizzata ad influenzare le scelte gestionali e decisionali del direttore generale dell’A.S.L. al fine di ottenere favoritismi e/o altra utilità per terzi soggetti.

A cura di Dario Pepe

GESTIONE ILLECITA DEI RIFIUTI – INERZIA DEL TECNICO RESPONSABILE DELL’AREA AMBIENTE DEL COMUNE – MANCATA ESECUZIONE LAVORI DI MESSA IN SICUREZZA DEL SITO DI STOCCAGIO PROVVISORIO DI R.S.U. – OMESSO CONTROLLO OPERATO DEL FUNZIONARIO AMMINISTRATIVO – RESPONSABILITA’ PENALE DEL SINDACO P.T. –

sentenze2“E’ penalmente responsabile il Sindaco p.t. che, omettendo di esercitare il dovuto controllo sull’operato del funzionario amministrativo, non impedisce la mancata realizzazione di lavori di messa in sicurezza del sito di stoccaggio provvisorio di R.S.U.”.

( Tribunale Monocratico di S. Maria CV –articolazione territoriale di Caserta- dott. Giovanni Mercone, sentenza n. 6646/15 emessa in data 23/12/2015.).

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A cura dell’avv. Edoardo Razzino.

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